A volte basta guardare una pianta che stenta a crescere per rendersi conto che qualcosa, nel terreno, non sta funzionando come dovrebbe. Ed è curioso come spesso si cerchi la causa in concimi o irrigazioni, mentre il vero nodo è nascosto in un valore minuscolo ma decisivo: il pH del terreno. È incredibile quanto questo parametro, così facile da misurare e altrettanto facile da trascurare, possa cambiare il destino di qualunque coltivazione.
Perché il pH fa davvero la differenza
La prima volta che ho misurato il pH del mio orto, ricordo di aver capito all’istante perché alcune piante prosperavano e altre arrancavano senza un apparente motivo. Tra 6 e 7,5 il terreno diventa una sorta di perfetto “condominio biologico”, dove nutrienti, radici e microrganismi convivono con armonia.
Fuori da questa fascia, tutto si complica. E non poco.
- Con un pH basso, il terreno si fa più acido e i metalli come ferro e manganese aumentano di disponibilità, fino a diventare potenzialmente tossici.
- Con un pH alto, al contrario, elementi cruciali come fosforo e ferro si legano al suolo e diventano quasi inaccessibili, generando carenze difficili da correggere solo con la concimazione.
È un po’ come mettere davanti a una pianta un piatto pieno… ma sigillato: il cibo c’è, ma non può raggiungerlo.
Quando i microrganismi fanno la loro parte
C’è un altro aspetto che mi affascina sempre: la vita microscopica. Nel terreno abita un universo nascosto che lavora incessantemente per decomporre la materia organica e nutrire le piante. Ma anche questo mondo dipende dal pH.
In terreni troppo acidi o troppo alcalini, i microrganismi rallentano la loro attività. Di conseguenza, la biofertilità diminuisce e il terreno perde quella vitalità che rende le colture più sane e resistenti. È un equilibrio delicato, un ecosistema che funziona solo se il pH rimane nel suo intervallo ideale.
Effetti sul suolo e sul fabbisogno idrico
Una cosa che spesso si scopre solo col tempo è che il pH non influenza solo il cibo delle piante, ma addirittura il modo in cui l’acqua scorre nel terreno.
- I terreni acidi tendono a essere più instabili ed erodibili.
- Quelli alcalini diventano più compatti, quasi come se si “stringessero”, riducendo la permeabilità all’acqua.
E questo, naturalmente, costringe a rivedere anche l’irrigazione. Quando il terreno non assorbe bene, si finisce per dare o troppa acqua o troppo poca, senza mai trovare il punto giusto.
Come si corregge il pH in pratica
Per fortuna, riportare il terreno in equilibrio non è affatto complicato. Serve solo un po’ di costanza.
- Per abbassare il pH, quindi rendere il terreno più acido, si usano zolfo o materiali ricchi di humus acido.
- Per alzare il pH, invece, si ricorre alla calce o al calcare dolomitico.
Sono interventi graduali, quasi mai immediati, ma estremamente efficaci. È come accompagnare il terreno verso un nuovo equilibrio, passo dopo passo.
Scegliere le colture in base al pH
La parte più affascinante, almeno per me, è quando si scopre che ogni pianta ha la sua “comfort zone”. I mirtilli, ad esempio, adorano i terreni acidi. Al contrario, verdure come cavoli e barbabietole preferiscono un ambiente neutro o leggermente alcalino. Non si tratta solo di preferenze: scegliere la coltura adatta al pH significa risparmiare tempo, acqua, concimi e delusioni.
Tra l’altro, è proprio il suolo – e qui mi piace ricordare quanto sia complesso e affascinante, come descritto su Wikipedia (suolo) – a determinare il successo di tutto il sistema agricolo.
La regola d’oro: misurare spesso
Se c’è un consiglio che mi sento di dare, è questo: misura il pH. Spesso. Regolarmente. Non serve chissà cosa, basta un misuratore semplice o un test a reagente. Quel piccolo numero ti dirà molto di più di quanto immagini e ti permetterà di intervenire in tempo, prima che compaiano carenze, malattie o cali di produzione.
Alla fine, non trascurare il pH significa ascoltare il terreno. E quando impari davvero ad ascoltarlo, quasi sempre ti ringrazia.




